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D: Come è
avvenuta la sua formazione di pittore?
Presso una scuola? Un maestro?
R: Per diventare pittori bisogna seguire
una scuola, anche se dopo essersi
diplomati è bene lavorare con un
maestro. A scuola, infatti, si imparano
solo le proporzioni alle quali attenersi
nella rappresentazione del Buddha e
l'uso del colore, ma non si fanno molte
esperienze. Con un bravo maestro,
invece, lavorando con lui per diversi
anni, si ampliano le proprie conoscenze
e si acquisiscono quasi tutte le
tecniche necessarie. D’altra parte, ci
sono persone con le "mani d'oro" e che
quindi riescono a dipingere molto bene,
ma se non hanno seguito la scuola e la
guida di un maestro non potranno mai
realizzare una tangka perfetta. Un
pittore esperto, vedendo le loro opere,
noterà degli errori: le proporzioni
sbagliate, ad esempio, ma anche i gesti,
gli oggetti, i minimi particolari. Tutto
deve essere molto preciso.
D: Ci sono
dunque regole e schemi da seguire...
R: Ci sono sei-sette schemi e regole da
seguire: in relazione alla scelta della
tela, del disegno, della proporzione,
alla combinazione e alla sfumatura dei
colori, al modo di utilizzare e far
brillare il colore oro.
D: Quale
procedimento segue nella realizzazione
dell’opera?
R: Prima di tutto, la tela viene legata
alla cornice di bambù, e poi fissata con
del gesso bagnato. In seguito si devono
misurare bene le proporzioni della
divinità; se c'è un'unica divinità,
bisogna calcolare la sua giusta
collocazione rispetto allo sfondo; se vi
sono più divinità devono essere
considerate attentamente le loro
posizioni e in seguito le relative
proporzioni. Dopo di ciò si inizia ad
eseguire il ritratto; poi si incomincia
a dare il colore sullo sfondo. Quando è
conclusa la rappresentazione della
divinità si passa a dipingere il
paesaggio, con i colori più affini a
quelli delle divinità.
D: Si devono
rispettare anche dei canoni di bellezza?
Per noi occidentali è molto importante
la libertà di espressione, la creatività
dell'artista. Esiste anche per voi una
certa libertà espressiva o meglio qual è
il rapporto tra la creatività personale
e le regole da seguire?
R: Il canone della proporzione è rigido;
per quanto riguarda la bellezza, la
colorazione, gli indumenti, i gioielli,
c'è invece libera scelta. Nella pittura
sacra - parlando in generale - bisogna
seguire delle rigide regole
prestabilite, soprattutto per quanto
riguarda la raffigurazione della
divinità. Tuttavia esiste una certa
discrezionalità nella rappresentazione
del paesaggio, della posizione delle
mani e in altri particolari secondari.
Le proporzioni del dipinto, inoltre,
possono leggermente differenziarsi a
seconda del lignaggio a cui appartiene
l'artista.
D: La bellezza
è intesa nel senso di armonia?
R: Deve essere una bellezza
"convincente". Se è una divinità
pacifica, guardandola deve trasmettere
pace, se è una divinità irata...
D: Come avviene
il suo processo creativo? Procede da
un'ispirazione? Quando è di fronte alla
tela deve essere in uno stato
particolare, meditativo?
R: Secondo il canone buddhista tutti i
pittori devono essere monaci o novizi
con i 36 voti o almeno devono avere i
voti laici. Questo perché prima di
iniziare o durante la lavorazione
bisogna generare se stessi nella forma
della divinità che si sta dipingendo. E’
necessaria una meditazione e soprattutto
la recitazione del mantra legato alla
divinità che si intende dipingere.
Purtroppo, al giorno d'oggi è molto
difficile che tutti i pittori di tangke
riescano a possedere i requisiti
necessari Ci sono laici che seguono la
pratica spirituale, che fanno queste
visualizzazioni, ma non è così per
tutti: il dipingere diventa, per alcuni,
esclusivamente una professione.
D: Quale
divinità preferisce dipingere? Quale
"sente" di più?
R: Nessuna in particolare. Logicamente
chi si specializza in una divinità, si
troverà più a suo agio nel raffigurarla.
Per esempio, Buddha Shakiamuni, Tara e
Lama Tzong Khapa sono le
rappresentazioni più frequentemente
richieste e quindi più facili da
dipingere. Comunque, prima di iniziare
qualsiasi lavoro bisogna avere una buona
motivazione.
D: Non si può
essere pittori di tangke, quindi, se non
si ha una motivazione buddhista...
R: Non necessariamente bisogna essere un
buddhista. In Nepal, per esempio, molti
dipingono, che conoscano o meno il
buddhismo. In ogni caso, dipingere delle
tangke esclusivamente per il proprio
sostentamento non è ritenuto un
atteggiamento corretto.
D: Di fronte
alla tela bianca, non prova imbarazzo,
incertezze o timori?
R: Non dovrebbe esserci nessun tipo di
esitazione. Prima di realizzare una
tangka che poi diverrà oggetto di
devozione si deve essere molto sicuri e
determinati, in quanto se un pittore
sbaglia un colore, per esempio, rischia
di creare energia negativa.
D: C'è qualche
momento in cui preferisce dipingere?
R: Non c'è un momento particolare. Il
momento in cui si dipinge può essere
diverso a seconda del giorno, della
temperatura, e così via. Sono, in ogni
caso, dei fattori più ambientali che
interiori.
D: Ci vuole un
clima adatto per realizzare le tangke?
R: La stagione migliore è l'estate;
l'inverno è sconsigliato perché la
temperatura bassa può alterare il
colore. Allo stesso modo l'incollaggio
della tela non è perfetto. Anche la
riuscita della miscela dei colori
dipende molto dalla stagione.
D: Quand'è che
conclude l'opera? Quando dice: "basta,
ora è finita"?
R: Quando è finito il ritocco
allora si usa una pietra particolare,
che sfregata sul colore dorato lo rende
brillante. Infine, si scrive sul retro
della tangka "om ah hum", e il lavoro è
completato.
D: La funzione
della tangka è quella di essere oggetto
di devozione. Qual è il modo corretto
per avvicinarsi ad essa?
R: Bisogna avere fede e devozione. Chi
ha fede, appena vede la rappresentazione
di una tangka deve immaginare la
presenza reale della divinità.
D: A quando
risale la tradizione delle tangke?
R: Non abbiamo notizie troppo precise in
proposito, in quanto fino a poco tempo
fa non è stato fatto un serio tentativo
di ricostruzione e sistemazione
cronologica. Possiamo comunque affermare
che la pittura tibetana è nata intorno
alla meta del XII secolo.
D:
Un'informazione di carattere tecnico: i
colori usati sono tutti di origine
minerale?
R: Una volta sì, adesso no. Prima
dell'invasione cinese, in Tibet il
governo forniva all'Ordine dei Pittori
le pietre necessarie alla realizzazione
delle opere. Oggi la cosa è praticamente
scomparsa, anche perché non vi è più
estrazione.
D: Ha citato
l'Ordine dei Pittori...
R: Prima del 1959, in Tibet esisteva
l'Ordine dei Pittori, quindi c'era un
coordinamento ed un controllo sulla
sacralità dei lavori; lo Stato
riconosceva ai pittori uno status
sociale elevato. Dopo il 1959 tutto è
cambiato: chiunque può dipingere, il
mercato è aperto e non c'è nessun tipo
di Ordine.
D: L'Ordine
stabiliva anche i prezzi delle opere e i
guadagni per gli artisti?
R: Non proprio. Era più una consulenza,
una collaborazione. Non esisteva un
prezzo per la tangka; i contadini
offrivano riso o grano mentre i pastori
davano carne, burro e così via. In
generale, bisognava accettare quello che
veniva portato in cambio.
D: A parte le
tangke, tutta l'arte tibetana è sacra?
R: Sicuramente quella sacra è la più
diffusa perché i tibetani non sono
grandi amanti dell'arte. Le pitture più
richieste rappresentano immagini sacre
che decorano le cappelle familiari, i
templi e così via e sono oggetti di
devozione. Quello che "serve" di più è
un'immagine sacra, anche se per
abbellire un monastero, per i disegni
murali, servono paesaggi, animali,
disegni floreali, ecc.
D: I suoi
committenti sono per lo più i monasteri?
R: I monasteri, in genere, sono ricchi
di tangke; per questo i miei dipinti
sono richiesti soprattutto da privati,
sia tibetani che occidentali.
D: Conosce
l'arte occidentale?
R: Non particolarmente.
D: Fra i libri
che ha sfogliato prima di questa
intervista, c'è qualcosa che l'ha
colpita?
R: Sì.
D: Si può
sapere?
R: L'espressione, il colore....Ci sono
molte immagini interessanti. Tra queste
c'è un dipinto che mi ha particolarmente
colpito per i colori e per l’effetto di
controluce ("La vergine delle rocce" di
Leonardo, ndr).
D: Quando ha
scoperto che questa era la sua strada?
R: Non c'è stata una particolare
ispirazione. Si inizia a dipingere e ciò
che fai piace, ti fanno i complimenti.
Il maestro ti incoraggia e così prosegui
nel lavoro...
D: Per
concludere, quale messaggio vuole dare a
chi leggerà queste pagine?
R: In Tibet prima dell'invasione cinese
c'erano dei capolavori che avevano
richiesto anni per la loro esecuzione.
L'invasione cinese ha distrutto quasi
tutto quel patrimonio. Le opere che si
vedono ora non hanno una fattura così
pregevole, non esprimono quasi mai un
vero talento artistico. L'arte
contemporanea è più influenzata dalle
esigenze commerciali. Pochi pittori
operano per preservare questa cultura
antica e garantire il passaggio della
tecnica originaria alle generazioni
future. Spero che chiunque si avvicini
all'arte sacra tibetana sappia anche
apprezzare lo stile e la lavorazione in
generale, in modo di riuscire a
distinguere le opere fatte per denaro da
quelle realizzate per devozione. |
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