Higan 2006 Abano Terme
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Osservare un calligrafo all’opera è come assistere a uno spettacolo o a un rito; l’autore inizia con la sua lenta rotazione della mano che impugna la preziosa barretta d’inchiostro e la strofina con ritmica regolarità nel calamaio di cupa pietra antica colma d’acqua limpida, di pura fonte, sceglie con attenzione il pennello dalle setole più flessuose, senza curarsi dello sguardo avido del pubblico, con un lento e preciso gesto avvicina un sottile foglio di carta di riso e con un moto regolare e flessuoso, dopo aver intinto il pennello lo fa danzare sulla superficie immacolata.

Shinobu - significa “nascondere, evitare di mettere in mostra,
conservare gelosamente, resistere”

 

Se ci liberassimo dai luoghi comuni potremmo vedere che per sciogliere l’inchiostro serve tanto tempo e ci si stanca, che il calamaio non è sempre antico e quelli più decorati sono spesso di cattivo gusto, che l’acqua è uscita da un rubinetto e mai la berremmo, che la carta non è quasi mai di riso, che se il gesto che produce la scritta prosegue troppo a lungo forse il calligrafo sta facendo scena. Ho visto maestri calligrafi giapponesi, cinesi e coreani all’opera, sia in privato che durante dimostrazioni pubbliche ma non ne ho mai ricavata quest’impressione. Tutto ciò fa solo parte di un immaginario occidentale che si nutre di puro esotismo, frutto della necessità d’evasione.
La calligrafia è ben altro, è qualcosa di più profondo, non è spettacolo, ne vuoto rito.
 

 

Wa - significa “armonia, pace”

La pratica calligrafica
Alcuni anni fa, in occasione di una mostra della nostra scuola calligrafica in Svizzera, scrissi che la calligrafia è l’equivalente di un sismografo, registra il “cuore”, le emozioni, gli stati d’animo di chi la pratica.
Ne sono ancora assolutamente convinto, ma non c’è dell’altro?

 
 

Fare calligrafia significa in primo luogo impugnare un pennello imbevuto d’inchiostro e scrivere su un supporto. Si, impugnare correttamente il pennello, dopo averne scelto la dimensione e la durezza del pelo, dosare bene l’inchiostro, muoverlo sulla carta più adatta a ricevere quel tipo di inchiostro e quel preciso pennello, tracciare caratteri in una determinata forma di scrittura e in uno stile specifico, componendoli e combinandoli nello spazio in base a un’intenzione e a una volontà precise.

Tuttavia è oggi abbastanza diffuso l’atteggiamento di chi considera la calligrafia come una pratica basata quasi esclusivamente sulla spontaneità.
Come se il testo e il suo significato non contassero.
Perché procedere come se un’arte plurimillenaria non avesse storia, come se in passato non fossero mai esistiti calligrafi, come se non esistessero una tecnica e dei materiali, delle norme compositive da seguire o da infrangere?
Fare calligrafia nel rispetto e nello studio della sua storia produrrà l’effetto di limitare le potenzialità espressive del calligrafo contemporaneo?
Direi di no, poiché è praticamente impossibile prevedere in anticipo il preciso risultato che si otterrà.
In alcuni casi un certo atteggiamento spontaneista deriva dal fraintendimento di una citazione estrapolata dalle memorie di qualche celebre calligrafo. Prendiamo come esempio Ryôkan, monaco zen, calligrafo e poeta del XVIII-XIX secolo.

Ryokan e la calligrafia

 
 

Si narra che Ryôkan non considerasse di vitale importanza la raffinata perizia nella scrittura e che non amasse la calligrafia dei calligrafi, ma preferisse la mancanza di abilità purché il risultato contenesse l’espressione del “cuore”.
Ma che significato avrebbe quest’affermazione fuori contesto? La scrittura di Ryôkan era giudicata molto libera, espressiva ed esteticamente molto bella. Le sue opere col tempo erano divenute celebri ed erano molto richieste, i letterati le apprezzavano per la maestria tecnica che esprimevano, e vi erano collezionisti disposti a pagarle qualsiasi prezzo.
Per apprendere ricopiava con molta modestia i testi dei calligrafi che stimava maggiormente. Metteva tanto impegno e attenzione nel copiare con cura, che dai suoi lavori si potevano riconoscere sempre gli autori originali.
Nutriva un grande rispetto per il materiale e sembra che dopo la sua scomparsa a casa sua siano stati ritrovati sei fogli di carta interamente anneriti dall’inchiostro, frutto della scrittura di innumerevoli caratteri intersecati e sovrapposti. Ryôkan continuò ad esercitarsi fino al suo ultimo giorno di vita applicandosi con tutto il suo impegno, sforzandosi di migliorare il proprio stile, capire come meglio esprimere il significato di un carattere per mezzo di una composizione proporzionata. Oppure si limitava a esprimersi con spontaneità?

Katsu - significa “ampio, esteso, ricco, opulento”

 

 

 
  A cura di: Bruno Riva
  
 
 
 
 


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