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Higan
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Osservare un calligrafo
all’opera è come
assistere a uno
spettacolo o a un rito;
l’autore inizia con la
sua lenta rotazione
della mano che impugna
la preziosa barretta
d’inchiostro e la
strofina con ritmica
regolarità nel calamaio
di cupa pietra antica
colma d’acqua limpida,
di pura fonte, sceglie
con attenzione il
pennello dalle setole
più flessuose, senza
curarsi dello sguardo
avido del pubblico, con
un lento e preciso gesto
avvicina un sottile
foglio di carta di riso
e con un moto regolare e
flessuoso, dopo aver
intinto il pennello lo
fa danzare sulla
superficie immacolata. |
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Shinobu - significa “nascondere, evitare di mettere in mostra,
conservare gelosamente, resistere” |
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Se ci liberassimo dai
luoghi comuni potremmo
vedere che per
sciogliere l’inchiostro
serve tanto
tempo e ci si stanca,
che il calamaio non è
sempre antico e quelli
più decorati sono spesso
di cattivo gusto, che
l’acqua è uscita da un
rubinetto e mai la
berremmo, che la carta
non è quasi mai di riso,
che se il gesto che
produce la scritta
prosegue troppo a lungo
forse il calligrafo sta
facendo scena. Ho visto
maestri calligrafi
giapponesi, cinesi e
coreani all’opera, sia
in privato che durante
dimostrazioni pubbliche
ma non ne ho mai
ricavata
quest’impressione. Tutto
ciò fa solo parte di un
immaginario occidentale
che si nutre di puro
esotismo, frutto della
necessità d’evasione.
La calligrafia è ben
altro, è qualcosa di più
profondo, non è
spettacolo, ne vuoto
rito.
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Wa - significa “armonia, pace” |
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La
pratica calligrafica
Alcuni anni fa, in
occasione di una mostra
della nostra scuola
calligrafica in
Svizzera, scrissi che la
calligrafia è
l’equivalente di un
sismografo, registra il
“cuore”, le emozioni,
gli stati d’animo di chi
la pratica.
Ne sono ancora
assolutamente convinto,
ma non c’è dell’altro? |
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Fare calligrafia
significa in primo luogo
impugnare un pennello
imbevuto d’inchiostro e
scrivere su un supporto.
Si, impugnare
correttamente il
pennello, dopo averne
scelto la dimensione e
la durezza del pelo,
dosare bene
l’inchiostro, muoverlo
sulla carta più adatta a
ricevere quel tipo di
inchiostro e quel
preciso pennello,
tracciare caratteri in
una determinata forma di
scrittura e in uno stile
specifico, componendoli
e combinandoli nello
spazio in base a
un’intenzione e a una
volontà precise.
Tuttavia è oggi
abbastanza diffuso
l’atteggiamento di chi
considera la calligrafia
come una pratica basata
quasi esclusivamente
sulla spontaneità.
Come se il testo e il
suo significato non
contassero.
Perché procedere come se
un’arte plurimillenaria
non avesse storia, come
se in passato non
fossero mai esistiti
calligrafi, come se non
esistessero una tecnica
e dei materiali, delle
norme compositive da
seguire o da infrangere?
Fare calligrafia nel
rispetto e nello studio
della sua storia
produrrà l’effetto di
limitare le potenzialità
espressive del
calligrafo
contemporaneo?
Direi di no, poiché è
praticamente impossibile
prevedere in anticipo il
preciso risultato che si
otterrà.
In alcuni casi un certo
atteggiamento
spontaneista deriva dal
fraintendimento di una
citazione estrapolata
dalle memorie di qualche
celebre calligrafo.
Prendiamo come esempio
Ryôkan, monaco zen,
calligrafo e poeta del
XVIII-XIX secolo.
Ryokan e la calligrafia
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Si narra che Ryôkan non
considerasse di vitale
importanza la raffinata
perizia nella scrittura
e che non amasse la
calligrafia dei
calligrafi, ma
preferisse la mancanza
di abilità purché il
risultato contenesse
l’espressione del
“cuore”.
Ma che significato
avrebbe
quest’affermazione fuori
contesto? La scrittura di Ryôkan era giudicata
molto libera, espressiva
ed esteticamente molto
bella. Le sue opere col
tempo erano divenute
celebri ed erano molto
richieste, i letterati
le apprezzavano per la
maestria tecnica che
esprimevano, e vi erano
collezionisti disposti a
pagarle qualsiasi
prezzo.
Per apprendere ricopiava
con molta modestia i
testi dei calligrafi che
stimava maggiormente.
Metteva tanto impegno e
attenzione nel copiare
con cura, che dai suoi
lavori si potevano
riconoscere sempre gli
autori originali.
Nutriva un grande
rispetto per il
materiale e sembra che
dopo la sua scomparsa a
casa sua siano stati
ritrovati sei fogli di
carta interamente
anneriti
dall’inchiostro, frutto
della scrittura di
innumerevoli caratteri
intersecati e
sovrapposti. Ryôkan
continuò ad esercitarsi
fino al suo ultimo
giorno di vita
applicandosi con tutto
il suo impegno,
sforzandosi di
migliorare il proprio
stile, capire come
meglio esprimere il
significato di un
carattere per mezzo di
una composizione
proporzionata.
Oppure si limitava a
esprimersi con
spontaneità? |
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Katsu - significa “ampio, esteso, ricco, opulento” |
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A
cura di:
Bruno Riva
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